Ein Zwerg
Es war einmal ein Zwerg der ein Riese sein wollte. Jedes mal wenn er Menschen sah, nahm er eine höhere Position ein, damit alle glaubten, er sei viel größer. Der Zwerg hatte sich so daran gewohnt sich derartig zu verhalten, dass er es gar nicht mehr wahrnahm. Wenn sie bergab liefen war er immer der letzte und somit der Größte und genau umgekehrt wenn sie bergauf liefen. Er war so erfolgreich darin, dass alle ihn für viel größer hielten, als er wirklich war. Denn wenn jemand gefragt wurde seine Größe aufzuzeigen, wurde er immer viel größer eingeschätzt als er in Wirklichkeit war. Und alles schien ganz normal in diesem verzauberten Wald.
Aber es war nicht so, der Zwerg wusste in seinem Inneren, dass etwas nicht in Ordnung war, aber er hatte vergessen was es war. Er fühlte diese Trauer in seinem Herzen und je erfolgreicher er wurde seine Größe vorzugaukeln, desto trauriger fühlte er sich. Und er konnte es sich nicht erklären, er sagte zu sich selbst:" Das ist es doch was ich will, ich will wie ein Riese sein, und je besser ich darin werde, desto trauriger werde ich." Und je mehr er nach dem Grund suchte desto weniger schien er zu verstehen. Er wurde immer verwirrter bis er eines Tages krank wurde. Er wurde sehr krank e und er lag in seinem Bett, aber es war niemand bei ihm. Denn alles was er in seinem Leben gemacht hatte, war wie ein Riese zu wirken, er hatte nie Zeit gehabt, um aufrichtig an jemanden anderes zu denken. Die andere existierten nur in seinem Delirium als Zuschauer denen er seine imaginäre Größe vorspielen konnte. Es war nicht Menschen, die er liebte. Nach vielen Wochen seiner Krankheit, und der Tod schon an seinem Bewusstsein nagte, rief ihn ein Stimme aus seinem inneren. Am Anfang war diese Stimme fast nicht wahrnehmbar, wie die Stimme eines Mäuschens. Aber je mehr er zuhörte desto lauter wurde die Stimme. Diese Stimme war immer da gewesen, aber er war viel zu beschäftigt gewesen ein Riese zu sein, als dass er ihr zuhören konnte.
"Kleiner Zwerg was machst du? Du bist ein Zwerg, und durch deine Größe kannst du dich überall verstecken, du bist schnell und niemand wird dich jemals fangen können, du bist schlau und intelligent, und was machst du, du prahlst, du kletterst auf Äste und Bäume um wie ein Riese zu wirken?" Als er diese Worte hörte fing er an wie ein glückliches Kind zu lachen. Er schaffte es nicht sich zurückzuhalten, er schrie und brüllte aus Freude darüber, dass er sich endlich seiner Dummheit bewusst geworden war. Sein Lachen, sein Schreien und Brüllen aus Freude lockte die anderen Bewohner des Waldes an, alle kamen da sie dachten, dass dies schreckliche Schmerzensschreie waren und der kleine Zwerg beim Sterben war. Aber als sie sahen, dass er aus Freude lachte, fingen alle an zu tanzen und zu singen, und feierten ein Fest, welches 3 Tage und 3 Nächte dauerte. Sie aßen und sie tranken aus Freude und der kleine Zwerg konnte zu ersten Mal in seinem Leben wirklich ein Zwerg sein, er lief zwischen den Beinen der Leute herum, er sprang unter den Stühlen hervor und kletterte den Vorhängen entlang bis an die Decke. Er war unglaublich glücklich, da er das erstes das lebte, was er wirklich war.... Ein Zwerg.
25 Oktober 2009
Un Nano
C’era una volta un nano che voleva essere un gigante. Ogni volta che vedeva delle persone si metteva in una posizione elevata, affinché tutti pensassero che lui fosse più alto. Il nano si era talmente abituato ad agire in quel modo che non se ne rendeva neanche più conto. Quando camminavano in giù per una scarpata lui era sempre l’ultimo e quindi il più alto e viceversa quando salivano. Era diventato talmente bravo che tutte le persone lo consideravano molto più grande di quanto in realtà fosse. Infatti se a qualcuno veniva chiesto di indicare la sua altezza lo indicavano sempre più grande. E tutto sembrava normale in quel bosco incantato. Ma non era così, il nano dentro di se sapeva che qualcosa non andava bene ma si era scordato di cosa fosse. Sentiva quella tristezza nel suo cuore e più diventava bravo a recitare la sua statura, più si sentiva triste. E non riusciva a spiegarselo, diceva fra se e se :”è questo quello che voglio, voglio sembrare un gigante, e più mi sta riuscendo, più divento triste.” E più se ne chiedeva le ragioni, meno gli pareva di capire. Divenne sempre più confuso finché un giorno si ammalò. Si ammalò gravemente e stava sdraiato nel suo letto, non c’era nessuno accanto a lui. Perché tutto quello che lui aveva fatto nella sua vita fino a quel momento era voler sembrare un gigante, non aveva mai avuto tempo per pensare sinceramente a qualcun altro. Gli altri esistevano solamente nel suo delirio come spettatori a cui fare credere la sua grandezza immaginata. Non erano persone da amare. Dopo molte settimane della sua malattia, quando era oramai giunto in fin di vita, una voce lo chiamò da dentro di se. All’inizio era una voce quasi impercettibile, una vocina come quella di un topolino. Ma più lui ascoltava più forte divenne la voce. La voce era sempre stata lì ma lui era stato troppo occupato a sembrare un gigante per poterla ascoltare. “Piccolo nano, ma che fai? Sei un nano, con la tua piccolezza puoi nasconderti dove vuoi, sei veloce e nessuno ti potrà mai acchiappare, sei furbo ed intelligente, e tu cosa fai ti metti in mostra, sali sui rami e sugli alberi per sembrare un gigante?” Appena sentì quelle parole si mise a ridere come un bambino felice. Non riusciva a trattenersi, urlava e gridava dalla gioia perché si era reso conto della propria stupidaggine. Il suo ridere, le sue urla e i suoi schiamazzi di gioia attirarono le altre persone del bosco, tutti si avvicinavano perché pensavano che il piccolo nano stava per morire, che erano tremende urla di dolore. Però quando tutti videro che stava ridendo di felicità, tutti insieme si misero a ballare e a cantare, e fecero una festa che durò tre giorni e tre notti. Mangiarono e bevvero di gusto e il piccolo nano per la prima volta visse come un nano, correva tra le gambe delle persone, saltava fuori da sotto le sedie e poi si arrampicava lungo le tende per arrivare fino al soffitto. Era incredibilmente felice perché per la prima volta visse quello che lui stesso era…. Un nano.
Spiegel / Specchio
Ein Spiegel für Aspekte unsere Persönlichkeit
Uno Specchio per alcuni aspetti della nostra personalità.
Uno Specchio per alcuni aspetti della nostra personalità.
18 Oktober 2009
Ätzende Urbrühe
Und der Zug fährt durch die Nacht, Metall das Metall schneidet, ich - du - Mann - Frau, Wesen multiplizierter Sexualität durch den Cyberspace des Lebens im 3. Millennium, Fernseher und ihre leuchtenden Botschaften mischen sich mit den kybernetischen Schaltkreisen unseres Gehirns. Ein schwarzes, schweres Gerät, welches unseren Schädel durchbohrt um Zugang zu unserer Intimität zu erhalten, der Geruch von Plastik und verbranntem Fleisch verströmen im Äther, zwei verschiedenen Körperlichkeiten, die sich in der Absurdität des 3. Millenniums verflüssigen, während die elektronischen Bestandteile eines lebendig gewordenen Fernsehers immer tiefer eindringen, um mit den archaisten Teilen unseres Gehirns in Berührung zu kommen. Dieses neue androgyne Wesen schreit mit schwacher Stimme, welche an das Jammern von Salamandern erinnert, die von einem bösartigen Kind zertreten wurden, Blut und die ätzende Flüssigkeit der Kondensatoren tropft diesem Gesicht entlang, welches nicht mehr menschlich scheint, es durchmengt und durchmischt sich, um eine neue vitale Lymphe zu erschaffen, Spucke des Menschen, von seiner eigenen Errungenschaft übermannt, und so entstehen neue kontrollierte organische Wesen, welche glauben frei zu sein, aber in Wirklichkeit leben, denken, erschaffen und wachsen sie den Programmen folgend, welche sie selbst ausstrahlen, stolz auf ihre eigenen großen Errungenschaften. Von den Sendestationen aus beeinflussen sie wiederum, das was sie darauf folgend senden werden, Rad der ewigen Wiederkehr, Hölle der Neuzeit im technologischen Zeitalter, der Spiegel der sich in einem weiteren Spiegel verliert und so weiter bis in die Unendlichkeit, solange bis nicht jemand diese Kette durchbricht und die Welt mit neuen Augen sieht.
Terreno Corrosivo
E il treno che va nella notte, metallo che taglia metallo, io - tu - uomo donna, esseri dalla sessualità moltiplicata dallo cyberspazio della vita nel terzo millennio, i televisori e i loro luminosi messaggi si fondono con i circuiti cibernetici del nostro cervello. Un apparecchio nero e pesante che infilza la nostra scatola cranica per ottenere l'accesso alla nostra centrale nervosa, odore di plastica e carne bruciata diffondono nell'etere, le due fisicità diverse che si squagliano nell'assurdità del terzo millennio, mentre le componenti elettroniche di un televisore divenuto vivo penetrano sempre più in profondità per entrare in contatto con le parti più arcaiche del nostro cervello. Questo nuovo essere androgino lancia urli a bassa voce che sembrano il lamentare di salamandre schiacciate dal piede di un bambino perfido, il sangue e il liquido corrosivo dei condensatori gocciola lungo quel volto che non sembra più umano, si amalgama e si mischia per creare una nuova linfa vitale, sputo dell'uomo sopraffatto dalla propria creazione, e nascono così dei nuovi autonomi organici, che credono di essere liberi ma in verità vivono, pensano, creano e crescono secondo i programmi che loro stessi diffondono, orgogliosi dei propri grandi conseguimenti. Dalle centrali di trasmissione a loro volta influenzano quello che trasmetteranno in seguito, ruota dell'eterno ritorno, inferno moderno dell'era tecnologica, lo specchio che si perde dentro un altro specchio fino all'infinito, finché qualcuno non romperà questa catena per osservare il mondo con occhi nuovi.
Arancia Meccanica / Uhrwerk Orange
Questo testo forse non è semplicissimo ma parla di una sensazione che mi ha accompagnato per diverso tempo e penso sia il riflesso dell'estrema velocità con cui la tecnologia ha invaso la nostra vita...
Dieser Text ist vielleicht nicht ganz so einfach, aber erzählt von einem Gefühl, welches mich für längere Zeit begleitet hat und ich glaube es ist ein Spiegelbild der unglaublichen Geschwindigkeit mit der die Technologie in unser Leben getreten ist....
Dieser Text ist vielleicht nicht ganz so einfach, aber erzählt von einem Gefühl, welches mich für längere Zeit begleitet hat und ich glaube es ist ein Spiegelbild der unglaublichen Geschwindigkeit mit der die Technologie in unser Leben getreten ist....
11 Oktober 2009
Conflitto
„Sei una puttana!“
Lei rimase di stucco. Lui non le aveva mai parlato in quel modo.
“Si ti ho vista ieri sera, con quel deficiente qualunque, con quell'idiota, passavo per caso da quel locale. Eri quasi nuda e stavi praticamente scopando con quel tipo in mezzo a tutta quella gente. E io che sono? uno stupido deficiente che con me non volevi andare a letto, perché non eri sicura dei tuoi sentimenti. Ma vaffanculo, ma chi credi di essere, non ti voglio più vedere!”
“No ti prego, ti posso spiegare! Per favore non andartene!” Lei lo prese per il braccio, e lo volle trattenere, ma lui si scrollò di dosso la sua mano. Non voleva più essere toccato da quella ragazza che lo aveva ferito così crudelmente. “che cosa vuoi spiegare,” la spinse via da se,” tu lo sai quanto sono innamorato di te, e per questo volevo rispettare la tua indecisione, dato che per te sembra che fare l’amore sia una cosa così eccezionale. Ma per quanto sembra sono semplicemente un deficiente.”
Si era fermato, le guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare più nessuna traccia di quella poesia che lo aveva incantato ogni volta che la guardava. Vedeva solo tradimento e violenza. “Ti prego, non voglio perderti. Tu non sai quanto mi sento male per ieri sera. Non lasciarmi. E poi questo cazzo di sesso. Perché è così importante per voi uomini?” “Se per te sono semplicemente un altro di quei uomini bastardi che vogliono solo scopare, allora perché stai con me? Se chiedi che io ti tratti come una puttana, allora cercati un altro. O forse tu vuoi questo. Come ha fatto quel tipo ieri. Forse vuoi questo!", lo disse urlando verso di lei con un ghigno d'odio. Ma poi si ravvide e disse con calma:"No basta, non voglio più vederti.” Si voltò e se ne andò. Lei rimase lì senza parole.
Lei rimase di stucco. Lui non le aveva mai parlato in quel modo.
“Si ti ho vista ieri sera, con quel deficiente qualunque, con quell'idiota, passavo per caso da quel locale. Eri quasi nuda e stavi praticamente scopando con quel tipo in mezzo a tutta quella gente. E io che sono? uno stupido deficiente che con me non volevi andare a letto, perché non eri sicura dei tuoi sentimenti. Ma vaffanculo, ma chi credi di essere, non ti voglio più vedere!”
“No ti prego, ti posso spiegare! Per favore non andartene!” Lei lo prese per il braccio, e lo volle trattenere, ma lui si scrollò di dosso la sua mano. Non voleva più essere toccato da quella ragazza che lo aveva ferito così crudelmente. “che cosa vuoi spiegare,” la spinse via da se,” tu lo sai quanto sono innamorato di te, e per questo volevo rispettare la tua indecisione, dato che per te sembra che fare l’amore sia una cosa così eccezionale. Ma per quanto sembra sono semplicemente un deficiente.”
Si era fermato, le guardava negli occhi, ma non riusciva a scrutare più nessuna traccia di quella poesia che lo aveva incantato ogni volta che la guardava. Vedeva solo tradimento e violenza. “Ti prego, non voglio perderti. Tu non sai quanto mi sento male per ieri sera. Non lasciarmi. E poi questo cazzo di sesso. Perché è così importante per voi uomini?” “Se per te sono semplicemente un altro di quei uomini bastardi che vogliono solo scopare, allora perché stai con me? Se chiedi che io ti tratti come una puttana, allora cercati un altro. O forse tu vuoi questo. Come ha fatto quel tipo ieri. Forse vuoi questo!", lo disse urlando verso di lei con un ghigno d'odio. Ma poi si ravvide e disse con calma:"No basta, non voglio più vederti.” Si voltò e se ne andò. Lei rimase lì senza parole.
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